Licei Poliziani - Montepulciano

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Home Presentazione Anno 2009

Pianeta Galileo - Anno 2009


I due Galilei

Non vorremmo dimenticare la musicalità, per così dire, dell’epoca di Galileo ed evidentemente anche quella propria del suo ambiente familiare: parliamo, in particolar modo, del padre di Galileo, cioè di Vincenzo. Scherzosamente, quando abbiamo inaugurato il Planetario Poliziano, abbiamo dipinto Vincenzo contento del successo «letterario» del figlio, ma un po’ seccato dal fatto che la pagina del Saggiatore si colori indubbiamente delle storie musicali che furono pane quotidiano per lui e per la Camerata de’ Bardi.
Veniamo, dunque, alle più serie questioni che devono essere riconosciute nel fresco e pungente apologo di Galileo. Innanzitutto, l’esperienza, quella sensata, vi assume le vesti esemplari dell’esperienza sonora. E già questo appare più che sufficiente a motivare la nostra lettura:

Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corte, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono…

Tuttavia, ci interessa mostrare soprattutto l’inizio della vicenda, laddove si parla di quegli uccelli che cantano antichi nomoi, e li suggeriscono al poeta, Alcmane per esempio:

Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi.

Da allora, da questa antica Grecia, la voce uccellina rimarrà segno evidente della sua intrinseca poeticità. Ma tali voci sono anche orfiche e bene dimostrano le discussioni dei bardi del Cinquecento e del Seicento.
Un altro episodio del testo appare determinante per dimostrarvi la presenza di temi precisi tratti dalla trattatistica musicale del tardo Cinquecento: «Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo».
Si allude chiaramente alla vicenda narrata dall’inno pseudo-omerico ad Hermes (600 a.C.), per cui questo malizioso artefice degli dèi scambia la sua lira – quanto meccanica, artificiale, perturbante e diabolica! – con una mandria di buoi. Ciò ricorda anche un’idea antica che riappare nella classificazione medievale, quella che trova il suo illustre campione in Boezio, secondo la quale la musica instrumentalis occupa un posto tutto suo.
Infine, i due Galilei si incontrano, è proprio il caso di dirlo, a un Quadrivio, lì dove la matematica e la musica convergono toccandosi, quando ancora il Romanticismo a venire non ha separato la musica dalle scienze matematiche. La seguente definizione, che è matematica e musicale al tempo stesso, cioè pitagorica, fa al nostro caso: «Il segmento di retta delimitato dagli estremi di un arco si dice corda sottesa dall’arco».
 
prof. Raffaele Giannetti